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"Quella sera, alle 22, avevo cominciato regolarmente il mio turno di servizio. Verso l’1:30 del mattino presi un caffè al solito bar. E subito dopo mi venne la malsana idea di andare a fare quel che feci". In Corte d’assise a Torino parla Giuseppe Zippo, il 41enne ex vigilante di Securitalia che nella notte del 30 giugno 2025, per sfogare la sua "rabbia" contro la donna con cui aveva una relazione, e dalla quale si sentiva sfruttato sentimentalmente ed economicamente, appiccò un incendio in una palazzina di via Nizza e, senza volerlo, provocò un morto e sette feriti. "Ho pensato - ha detto - a tutti quegli anni che avevo trascorso con lei. A tutto quello che era successo. A lei che chiedeva sempre soldi, a lei che faceva quel che le pareva. Non vivevo più. Non avevo più un’identità. Non ero più un individuo, non ero più niente, ero una schifezza, una pietra". La donna in quel momento si trovava in vacanza all’isola d’Elba con il fidanzato. Da quanto è emerso sarebbe dovuta tornare il giorno stesso o l’indomani. Il 41enne ha rievocato le fasi della relazione con lei: "Mi diede le chiavi del suo appartamento perché mi occupassi del cane. Le facevo anche la spesa. Ma una volta che mi presentai da lei con un mazzo di fiori affermò che non voleva sorprese del genere". Zippo ha anche ricordato le conversazioni con un collega in Sicuritalia e "amico fraterno". "Ripeteva che era meglio se la lasciavo, che mi stavo facendo del male. Ma io non seguii i suoi consigli". L’imputato e la donna si scambiarono messaggi anche durante la settimana che lei trascorse all’isola d’Elba con il fidanzato. Nulla, in base a quanto emerso, lasciava presagire quanto sarebbe avvenuto. Il 29 giugno, giorno precedente, Zippo salutò la donna chiamandola Amo’.

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