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Si è concluso con due condanne il processo per la morte di Renato Fesce, il camionista di 59 anni che nel marzo del 2023 si tolse la vita lanciandosi dal balcone della propria abitazione. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe vissuto per lungo tempo una situazione lavorativa segnata da pressioni, umiliazioni e turni particolarmente pesanti, arrivando a lavorare anche 14 ore al giorno.
Il tribunale di Torino ha riconosciuto la responsabilità per omicidio colposo nei confronti di due persone legate alla società per cui Fesce prestava servizio: un dirigente e un preposto. Per loro sono arrivate rispettivamente una condanna a 8 mesi e una a un anno e un mese.
Nel procedimento, nato dopo la denuncia presentata dal legale della famiglia della vittima, l’avvocata Maria Grazia Pellerino, l’accusa è stata sostenuta dal pubblico ministero Rossella Salvati.
Sono stati inoltre riconosciuti degli indennizzi anche ai sindacati Filt Cgil e Si Cobas, costituitisi nel processo. Il legale delle organizzazioni, l’avvocato Emanuele D’Amico, ha definito il verdetto «la prima sentenza di questo genere in Italia», sottolineando il rilievo della decisione nell’ambito della tutela dei lavoratori e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
La vicenda ha acceso il dibattito sulle condizioni di lavoro e sui possibili effetti di un ambiente professionale caratterizzato da pressioni e carichi eccessivi.